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Progetto Mostra Carlo Magno

PROGETTO

Ma pensa se il concetto di Europa fosse stato concepito nelle Marche, con la benedizione della Chiesa, tra le “lenzuola” di una dimora della val di Chienti.

Un modo nuovo di diffondere le informazioni

La premessa storica

Il giorno dopo, al termine delle funzioni della notte di Natale a cui Carlo Magno stava partecipando nella Basilica di San Pietro, il papa gli pose sul capo una corona d’oro consacrandolo imperatore cristiano e pronunciando queste parole: «A Carlo piissimo augusto, coronato da Dio, grande e pacifico imperatore dei Romani, vita e vittoria!». Carlo Magno ricevette il titolo secondo l’uso praticato a Costantinopoli, cioè mediante la acclamatio del popolo. Tuttora non è chiara la paternità dell’iniziativa (e il problema non appare risolvibile), i cui particolari sembra però probabile che siano stati definiti durante i colloqui riservati a Paderborn e, forse, anche dietro suggerimento di Alcuino: l’incoronazione poteva infatti essere il prezzo che il papa doveva pagare a Carlo per l’assoluzione dalle accuse che gli erano state rivolte. Secondo un’altra interpretazione (P. Brezzi), la paternità della proposta sarebbe da attribuire ad un’assemblea delle autorità romane, che fu comunque accolta (ma pare senza molto entusiasmo) sia da Carlo Magno che dal papa; in tal caso il pontefice sarebbe stato l'”esecutore” della volontà del popolo romano di cui era il vescovo. Occorre però precisare in proposito che le uniche fonti storiche sui fatti di quei giorni sono di estrazione franca ed ecclesiastica, e per ovvi motivi tendono entrambe a limitare o falsare l’interferenza del popolo romano nell’avvenimento. È certo tuttavia che con l’atto d’incoronazione la Chiesa di Roma si presentava come l’unica autorità capace di legittimare il potere civile attribuendogli una funzione sacrale, ma è altrettanto vero che, di conseguenza, la posizione dell’imperatore diventava di guida anche negli affari interni della Chiesa, con un rafforzamento del ruolo teocratico del suo governo. E comunque bisogna riconoscere che con quel solo gesto Leone, per il resto figura non particolarmente eccelsa, legò indissolubilmente i Franchi a Roma, spezzò il legame con l’impero bizantino, che non era più l’unico erede dell’Impero romano, esaudì forse le aspirazioni del popolo romano e stabilì il precedente storico dell’assoluta supremazia del papa sui poteri terreni. La nascita di un nuovo Impero d’Occidente non fu ben accolta dall’Impero d’Oriente, che tuttavia non aveva i mezzi per intervenire. L’imperatrice Irene dovette assistere impotente a ciò che stava avvenendo a Roma; ella si rifiutò sempre di accettare il titolo di imperatore a Carlo Magno, considerando l’incoronazione di Carlo Magno ad opera del papa un atto di usurpazione di potere.

Con l’occasione della visita a Roma il figlio di Carlo, Pipino, fu incoronato re d’Italia, e in tal modo la vecchia questione dei territori che avrebbero dovuto essere restituiti alla Chiesa, secondo l’impegno solennemente sottoscritto tra lo stesso Carlo Magno e da papa Adriano I, e mai rispettato, continuò a rimanere in sospeso.

Nessun documento riferisce sulle motivazioni e le decisioni assunte in una successiva visita di papa Leone all’imperatore nell’804.

Alla morte di Carlo Magno, nell’814, la fazione antipapale degli esiliati Pascale e Campolo si rifece viva, progettando un nuovo attentato contro la vita del papa, ma questa volta i responsabili furono scoperti ed immediatamente processati e giustiziati. Il nuovo imperatore Ludovico mandò a Roma il re d’Italia Bernardo, figlio del defunto re Pipino per svolgere indagini e risolvere il problema, che costui chiuse definitivamente sedando ulteriori disordini. La situazione venne affidata al duca Guinigisio I di Spoleto, che s’insediò in città con le sue truppe ed eseguì nuove condanne capitali.

 

Carlo Magno sepolto in Val di Chienti

La tomba dell’imperatore non sarebbe in Germania e i resti della sua capitale si troverebbero a pochi chilometri da Macerata: queste le tesi di oltre 20 anni di studi del salesiano don Giovanni Carnevale

“ …La tomba di Carlo Magno non si troverebbe, come insegnano i libri di storia medievale, nella Cappella Palatina di Aachen in Germania, ma in Italia sotto la chiesa di San Claudio al Chienti nelle Marche in provincia di Macerata. Questa è la tesi di fondo di oltre venti anni di ricerche condotte dal salesiano don Giovanni Carnevale, professore di Latino, Greco e storia dell’arte, ed esperto di archeologia e storia medievale. Il volume “La scoperta di Aquisgrana in Val di Chienti”, pubblicato nel 1999 dall’editore Queen, rappresenta il cardine di questi studi. Richiamandosi a numerose fonti di epoca medievale, don Carnevale presenta quello che, a suo giudizio, sarebbe stato un clamoroso equivoco storico-archeologico, fornendo elementi che non sono prove inconfutabili, ma che meritano quantomeno di essere presi in considerazione. Aquisgrana, capitale dell’impero carolingio, non dovrebbe quindi essere identificata con Aachen, ma con una città fondata da Carlo Magno stesso nella valle del fiume Chienti, una “Nuova Roma” di cui oggi rimarrebbero solo rovine.

Tali resti sarebbero situati nel parco archeologico dell’antico centro romano di Urbs Salvia a pochi chilometri dalla chiesa di San Claudio. Secondo don Carnevale la “Nuova Roma” carolingia sarebbe stata costruita sulle rovine di Urbs Salvia che lo storico bizantino Procopio di Cesarea, transitato in Val di Chienti al seguito del generale Belisario negli anni della guerra fra Bizantini e Ostrogoti (535-553 d. C.), descrive come semi-abbandonata dopo i pesanti saccheggi del secolo precedente a opera dei Visigoti di Alarico. Il salesiano è convinto che una parte consistente delle rovine del parco archeologico non sia di epoca romana, ma risalga alla seconda metà dell’VIII secolo quando la Val di Chienti sarebbe diventata il cuore dell’impero di Carlo Magno. La sovrapposizione delle due città avrebbe quindi depistato gli archeologi.

Le ricerche di don Carnevale hanno avuto inizio nel territorio del Comune di Corridonia dall’osservazione della particolare struttura della chiesa di San Claudio al Chienti: l’edificio ha una pianta a croce greca iscritta in un quadrato con absidi semi-circolari lungo il perimetro: sui fianchi e sul lato orientale. La costruzione inoltre si presenta su due piani con una chiesa inferiore e una superiore. Infine la facciata è affiancata da due torri cilindriche. Gli storici dell’arte fanno risalire la struttura all’XI secolo, inquadrandola nel periodo romanico. Ma anni di studi e ricerche hanno convinto il salesiano che San Claudio sia stata fatta costruire da Carlo Magno alla fine dell’VIII secolo per essere residenza imperiale e Cappella Palatina a poca distanza da Aquisgrana.

La prova di questa teoria sarebbe la somiglianza fra la struttura di San Claudio e quella del palazzo omayyade di Khirbat al Mafjar, eretto fra il 743 e il 744 dal califfo Walid II presso la città di Gerico in Palestina. Gli elementi di contatto sono la campata centrale sormontata da una cupola e le altre otto coperte da una terrazza sorretta da otto crociere sottostanti. In Occidente, dopo la caduta dell’Impero Romano, non esistevano più maestranze in grado di soddisfare le richieste del re dei Franchi e futuro imperatore. Carlo dovette quindi far venire in Italia architetti e operai dal Medio-Oriente ormai islamizzato.

Stili arabi e bizantini influenzarono così la costruzione del palazzo imperiale e di tutti gli edifici principali della “Nuova Roma”, rendendo così impossibile, secondo il salesiano, identificarli con rovine della romana Urbs Salvia. Una contaminazione di cui, nelle Marche, resta traccia ancora oggi anche nelle chiese di San Vittore alle Chiuse e Santa Maria delle Moie in provincia di Ancona.

Un’altra prova presentata da don Carnevale è la chiesa della Santa Trinità di Germigny des Prés in Francia vicino Orleans, fatta erigere fra l’803 e l’806 da Teodulfo, abate di Saint Benoit sulla Loira e dignitario ecclesiastico alla corte carolingia. Numerose fonti di epoca medievale testimoniano come l’edificio fosse stato costruito “instar eius quae in Aquis est” cioè a somiglianza della Cappella Palatina di Aquisgrana. Ma la Cappella Palatina di Aachen è a pianta ottagonale e non quadrata. Non ha inoltre crociere a sostegno della terrazza di copertura. La chiesa di Germigny assomiglia invece moltissimo a San Claudio.

Da dove nasce allora l’equivoco storico? Don Carnevale attribuisce la colpa all’imperatore Federico I di Svevia, noto come il Barbarossa, che, per rilanciare l’immagine dell’Impero come autorità universale, avrebbe trafugato i resti di Carlo Magno da San Claudio, portandoli in Germania ad Aachen. Lì avrebbe fatto costruire quella che è passata alla storia come la Cappella Palatina (e che quindi risalirebbe al XII secolo), creando così il “mito” di Aachen come capitale carolingia. Nel pieno della lotta con il Papato, il centro dell’Impero, anche simbolicamente, non doveva essere più in Italia ma in terra tedesca.

Un altro indizio presentato dal salesiano è nella toponomastica della Val di Chienti e delle zone limitrofe. Sono presenti infatti ancora oggi termini riconducibili a documenti di epoca carolingia in cui era spiegata la gestione del territorio intorno alla capitale imperiale. Senza dimenticare il dialetto maceratese che, come alcune parlate delle Province di Rieti e Terni, porta tracce della presenza dei Franchi. Come evidenzia don Carnevale, gruppi di esuli franchi si stabilirono nell’Italia centrale intorno al 715 quando fuggirono dall’invasione dell’Aquitania da parte degli Arabi provenienti dalla penisola iberica. Essi, in base a un accordo tra l’abate di Farfa, Tommaso di Morienna, e il duca longobardo di Spoleto Faroaldo, furono dislocati in Sabina, lungo la Salaria, e nelle attuali Marche. Quest’area fu denominata “Francia” quando ancora quella comunemente conosciuta con quel nome era ancora chiamata “Gallia”. Il salesiano si spinge anche oltre, affermando che anche Pipino il Breve, re dei Franchi e padre di Carlo Magno, sarebbe sepolto in Provincia di Macerata e precisamente nella chiesa collegiata di San Ginesio.

È evidente che collocare la capitale dell’Impero di Carlo Magno in Italia significa alterare profondamente importanti vicende dell’Europa altomedievale. La “Nuova Roma” sarebbe finita in balia delle lotte fra i successori di Carlo ed entrata in contrasto con la Roma dei papi dove i pontefici stavano ponendo le basi per quello che sarebbe poi diventato lo Stato Pontificio. Avrebbe poi assunto di nuovo un ruolo da protagonista con gli imperatori della dinastia sassone Ottone I, Ottone II e Ottone III, salvo poi decadere in modo definitivo fino alla “Translatio Imperii” di Federico Barbarossa. Poi l’abbandono e l’oblio, favoriti anche dai pontefici romani ai quali avrebbe fatto comodo che il ricordo di un così importante centro politico imperiale, a poca distanza da Roma, svanisse per sempre.

Le ricerche di don Carnevale hanno avuto esiti sorprendenti e sono state accolte inizialmente dagli ambienti accademici con un clima di freddezza e scetticismo. Solo dopo anni di pubblicazioni e conferenze qualcuno ha cominciato a pensare che forse ciò che a prima vista sembrava così assurdo poteva avere un fondo di verità. Il 2013 ha segnato una svolta importante: una serie di rilevazioni tramite georadar ha portato alla scoperta, sotto l’ingresso di San Claudio, di una cripta funeraria che corrisponde al luogo di sepoltura di Carlo Magno così come è descritto in numerosi testi medievali. I dati di questa rilevazione sono stati illustrati nel volume “Il ritrovamento della tomba e del corpo di Carlo Magno a San Claudio”. La scorsa estate è stata tentata una trivellazione per arrivare alla cripta dall’esterno della chiesa (per non rovinarne il pavimento), ma un muro di detriti ha fermato l’equipe di ricercatori. La soluzione di questo enigma potrebbe essere letteralmente a portata di mano. A breve potremmo scoprire se don Carnevale ha ragione o no, ma se così fosse c’è da chiedersi se saremmo pronti ad accettare di riscrivere una parte così importante della storia europea.

Perché Carlo Magno

L’unione Europea nacque ai tempi di Carlo Magno.

 

Il dubbio

Carlo Magno fu sepolto nella sua cappella palatina di Aquisgrana. La sua tomba fu aperta da Ottone III (1000) e poi da Federico Barbarossa (1165) e da Federico II (1215).

Si riporta che Federico Barbarossa scoprì la tomba di Carlo Magno per indicazione divina e che ne recuperò i resti per collocarli in un’urna.

Perché?

Probabilmente sfumata la creazione della rinascita dell’impero romano d’occidente, conveniva a tutti dimenticare il legame di Carlo Magno a Roma, all’Italia e al clero romano, per cui ricollocare Carlo Magno in Germania chiudeva definitivamente il discorso.

Sfuma così l’ipotesi della sepoltura di Carlo Magno in Val di Chienti.

(…È evidente che collocare la capitale dell’Impero di Carlo Magno in Italia significa alterare profondamente importanti vicende dell’Europa altomedievale… dove i pontefici stavano ponendo le basi per quello che sarebbe poi diventato lo Stato Pontificio… Poi l’abbandono e l’oblio, favoriti anche dai pontefici romani ai quali avrebbe fatto comodo che il ricordo di un così importante centro politico imperiale, a poca distanza da Roma, svanisse per sempre.)

L’idea progettuale

Creare un’idea virale intorno alla quale si sviluppa tutto il progetto, dall’organizzazione della mostra al coinvolgimento dei territori storici da visitare in Val di Chienti.

Il nostro virus è il “Dubbio sul luogo della sepoltura di Carlo Magno” non perché sia fondamentale sapere il luogo preciso della tomba (senza nulla togliere alla storia) ma perché dietro c’è un intrigo internazionale che cambia il corso della storia per l’affermazione di un potere. E’ l’ingiustizia e il sopruso che rendono intrigante il dubbio, non la conoscenza della verità.

La mostra presenterà i reperti storici a disposizione e dei totem interattivi che presenteranno i contenuti del dubbio attraverso filmati, foto, dichiarazioni e che presenteranno i percorsi storici da visitare in Val di Chienti per approfondire la conoscenza del dubbio. Acquistando il biglietto il turista scaricherà anche l’app con i contenuti di interesse, necessaria sia per la visita nei territori che per alimentare il blog.

I percorsi storici identificati attraverseranno delle campane blue-Tooth che forniranno ai visitatori informazioni storiche, turistiche, culinarie, utili a rendere piacevole il percorso.

Questo potrà realizzarsi grazie all’attivazione di Be.T.App. un’architettura che quando attivata creerà una campana blue-Tooth nelle zone di interesse. Quando un “cellulare mobile” attraverserà la zona, gli verranno inviati contenuti multimediali (testo, immagini, video) in base alle necessità (informazioni turistiche, i ristoranti presenti, i regolamenti, gli eventi, le opere, …). Le informazioni non verranno inviate tutte contemporaneamente, ma a seconda della posizione del turista verranno inviate le informazioni interessanti per quella zona. I servizi informativi sopra menzionati si attiveranno tramite una connessione Blu-Tooth, e un’applicazione Beacon-ready, che può essere scaricata gratuitamente da Apple Store o Google Play.

Il turista potrà sempre esprimere, tramite l’app, la sua opinione su quello che vede e percepisce, e questo alimenterà il Blog e la discussione non solo nell’immediato, ma anche successivamente perché una persona è curiosa di sapere di “come va a finire”.

Questa è la logica che anima il nostro progetto. Un dolce connubio tra bellezza ambientale, cultura e hi tech, dove la tecnologia permette ai turisti di gustare i percorsi dell’arte e della storia, con i segreti del territorio in una maniera puntuale, riservata e redditizia.

Obiettivi del progetto

  • valorizzare il territorio esaltandone la valenza turistica

Le attività del progetto

  • Organizzazione della mostra
  • Sviluppo attività di marketing virale
  • Progettazione dislocazione beacons
  • Installazione beacons
  • Test installazione
  • Recupero contenuti multimediali
  • Trasformazione contenuti
  • Progettazione cartellonistica

Secondo Seth Godin il superamento dei filtri cognitivi individuali avviene grazie all’Ideavirus, un messaggio che, anche indipendentemente dai suoi contenuti, ha la vocazione intrinseca ad essere diffuso perché brillante, intrigante o divertente.

L’ideavirus è quindi un’idea accattivante che si diffonde attraverso una parte della popolazione, cambiando e influenzando chiunque incontri.

Un’azione di Marketing Virale ottimale dovrebbe:

  • offrire prodotti o servizi gratuiti,
  • essere semplice da trasferire ad altri (amici e conoscenti),
  • essere facilmente scalabile,
  • contenere motivazioni e comportamenti comuni,
  • utilizzare le reti di comunicazione esistenti,
  • approfittare delle risorse degli altri.

Gli strumenti usati per la realizzazione di una campagna di marketing virale sono molti e si differenziano da quelli tradizionali per la loro capacità di suscitare interesse e curiosità nelle persone:

  • Video virali,
  • Blog,
  • Social network,
  • Community,
  • Forum,
  • Content aggregator.

Le componenti e i costi del progetto

  1. Totem Tip View                         q.tà
  2. Totem Tip Pay                             q.tà
  3. Beacon configurati e installati     q.tà

Totale           €

  1. Organizzazione mostra                                                                   Totale           €
  2. Cartellonistica stradale                 q.tà                                            Totale           €

 

  1. Canone piattaforma Nauta Live Signage
  2. Canone Nauta Control
  3. Canone Doqpay

Totale           €

  1. Video virale
  2. Implementazione Portale con Blog
  3. Recupero contenuti per portale   gg

Totale           €

  1. Organizzazione congresso                                                               Totale         €

 

TOTALE COSTO PROGETTO     €

 

Articoli contrattuali integrativi

Riservatezza

Gli intestatari dell’accordo si impegnano a tenere strettamente riservate tutte le informazioni tecniche e commerciali che verranno trattate durante gli incontri di lavoro.

Privacy

Ai sensi del D.L. n.196/2003 le parti prendono atto e accettano espressamente che i propri dati identificativi siano gestiti dai soggetti coinvolti nel presente accordo.

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Il presidente